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Aiutare i bambini a mettere in parole la loro esperienza di vita

A cura di Elisabetta Mauti, psicologa e autrice di favole. 

 

esperienze

 

La più grande difficoltà per un bambino è legata alla possibilità di farsi capire. Molto spesso gli mancano le parole, oppure non è in grado di esprimere le sensazioni che prova. Il malessere spesso è rafforzato perché ad esso si aggiunge il senso di isolamento, legato al fatto che non riesce a spiegarsi come vorrebbe. Allora piange, oppure si isola e si chiude nel mutismo.  

 

Il lavoro di un genitore e di un insegnante in questo caso consiste nell’aiutarlo a dare una forma, un’espressione a ciò che prova. Se questo non accade, se nessuno lo aiuta, il bambino viene sopraffatto perché non trova il nome da dare alle cose. Pensiamo alla paura, alla vergogna, al timore oppure alla mancanza. Si tratta di emozioni di segno negativo a cui il bambino deve reagire. L’unico modo per farlo è allontanarsi da loro, ma solo se riesce a dare loro un nome, questo processo di allontanamento è utile e funzionale.  “Ho paura di quello che non conosco”, vorrebbe dirvi oppure “Mi mancano la mamma o il papà”.

Troppo spesso però il bambino non è in grado di dare un nome preciso allo stato che prova, soprattutto se è negativo. La reazione più semplice è il pianto che lo aiuta a manifestare il dolore o il malessere che prova. Cosa possiamo fare noi in questo caso?

L’ideale è cercare di capire cosa sente il bambino, osservandolo e ascoltandolo. Si tratta di un processo non molto diverso da quello che mamma applica quando il suo cucciolo è ancora lattante. Lui piange, lei dice “ha fame” e gli da il latte, oppure “ha freddo” e lo copre. La madre interpreta il bisogno del bambino, il suo lamento: gli da un nome e – di conseguenza – gli trova una soluzione.

Quando il bambino cresce e arriva intorno ai 3 anni, il malessere è ancora presente ma, anche se il bambino può esprimersi meglio, è ancora molto lontano dal poter dire quello che prova. Il pianto, la lagna, hanno ancora bisogno di un adulto che li interpreti e dia loro un significato. La differenza è che a questa età il bambino è in grado di ascoltare, memorizzare e ripetere quello che gli viene detto. Se poi la “lettura e interpretazione” materna è corretta, il bambino sentirà crescere la fiducia nella figura genitoriale, e non mancherà di tornare ad essa, ricorrendo al suo sapere, ogni volta che ne avrà bisogno.

Ma che succede se invece l’adulto si inganna e confonde i bisogni del bambino perché non lo ascolta abbastanza? Niente di male se c’è la volontà di capire, di ascoltare come il bambino reagisce, di correggersi e di modificare la propria interpretazione. Nel tempo, i due costruiranno una relazione di fiducia e di conoscenza reciproca. Ma se l’adulto ha solo voglia di tagliare corto, dicendo ad ogni scoppio di pianto “sei stanco, è ora che tu vada a fare la nanna”, questo finirà per minare la fiducia del bambino e per fargli credere che non verrà mai veramente capito.

Si tratta molto di più che di un gioco di interpretazione: è un lungo esercizio per ascoltarsi e comprendersi che permetterà di costruire un rapporto profondo e unico o che renda vana questa possibilità, per sempre.

 

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